⚠️ DUECENTOMILA MORTI DOPO: LA PANDEMIA È FINITA, LA RIMOZIONE NO❗️
Andrea Caldart
🔴 Duecentomila vite perse durante la pandemia rimangono una ferita irrisolta per il Paese. La celebrazione a Roma in Basilica non è solo un rito, ma un atto di riflessione su un sistema che ha sacrificato i più deboli. Anziani, fragili e operatori sanitari sono stati spesso ridotti a numeri, mentre chi si è opposto ha pagato con esclusioni e stigmatizzazioni. Il ricordo non deve anestetizzare, ma trasformarsi in responsabilità: commemorare senza cambiamenti non è memoria, ma assoluzione.
Sommario ⬆️
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⏹️ Non è una data qualsiasi quella del 18 marzo del 2026. È una soglia. Una di quelle che si attraversano con il peso di ciò che si è scelto di ricordare e, soprattutto, di ciò che per anni si è preferito rimuovere.
🔹️ Perché la pandemia non è finita quando sono cessati i bollettini, né quando hanno smesso di contare i morti in televisione. È finita quando il dolore è stato archiviato come una parentesi scomoda, un incidente della storia da lasciarsi alle spalle in fretta.
🔹️ E invece no. Duecentomila vite non sono una parentesi. Sono una ferita strutturale del Paese. La celebrazione nazionale che si terrà a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, non è soltanto un rito religioso. È un atto di grande riflessione sociale, nel senso più alto e più scomodo del termine.
🔹️ A riconoscere che una parte consistente di quelle morti è avvenuta nel silenzio, nella solitudine, nell’abbandono imposto da quegli scellerati protocolli che hanno dovuto subire quelle povere vittime. Senza un commiato, senza una mano stretta, senza una parola pronunciata a voce alta.
🔹️ In quella Basilica si concentrerà una verità che non possiamo più rimuovere: non vi si celebreranno eroi, ma un sistema che ha funzionato anche grazie alla complicità di chi avrebbe dovuto opporvisi.
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