⚠️ ISRAELE HA USATO DUE BASI SEGRETE IN IRAQ PER ATTACCARE TEHERAN❗️
Redazione Pagine Esteri
🔴 Israele ha utilizzato due basi segrete nel deserto dell'Iraq per operazioni militari contro l'Iran, tra cui l'uccisione di un pastore beduino e scontri con le forze irachene. Le basi, create alla fine del 2024, furono utilizzate nel corso di un'offensiva del 2025 e poi smobilitate. Altre basi sarebbero state identificate anche in Azerbaigian e Kurdistan.
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⏹️ Le forze militari israeliane hanno creato in segreto almeno due avamposti nel deserto occidentale dell’Iraq, utilizzandoli per mesi a sostegno delle loro operazioni contro l’Iran e per realizzare operazioni speciali.
🔸️ A scriverlo nei giorni scorsi è stato il “New York Times”, in un lungo articolo che ricostruisce anche diversi scontri tra i soldati israeliani e la popolazione locale.
🔸️ I militari dispiegati presso uno dei due avamposti, nella regione che circonda al Nukhaib, sarebbero stati responsabili dell’uccisione di un pastore di 29 anni, che lo scorso tre marzo si sarebbe imbattuto nella struttura di ritorno da un viaggio in città.
🔸️ Testimoni di un accampamento di beduini che hanno assistito alla scena hanno raccontato al quotidiano statunitense di avere visto la vettura di Awad al Shammari inseguita da un elicottero, dal quale avrebbero sparato ripetutamente, uccidendolo.
🔸️ Alcuni funzionari iracheni e regionali hanno aggiunto che il pastore avrebbe precedentemente contattato il comando militare locale prima dell’attacco, informandolo di avere visto soldati, elicotteri e diverse tende nella zona.
🔸️ La base militare clandestina comprendeva una pista d’atterraggio per i caccia e gli elicotteri e ospitava squadre delle forze speciali israeliane utilizzabili per eventuali operazioni sotto copertura, oltre che squadre di ricerca e soccorso per recuperare eventuali piloti che fossero stati abbattuti.
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⚠️ L’ARTE SALVERÀ IL MONDO. O NO❓️
Marcello Veneziani
🔴 L’arte può davvero salvare il mondo o si limita a resistere alle pressioni del potere? L’articolo esplora la crisi dell’arte in un mondo dominato da interessi geopolitici e mercati globali. Il caso della Biennale di Venezia e l’assenza di artisti italiani evidenziano una crisi di creatività e rappresentatività. L’arte, pur resistendo, rivela fragilità di fronte alla forza delle strutture di potere. La sua capacità di restare indipendente da guerra e ideologia viene messa in discussione.
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⏹️ Le vicende che hanno coinvolto Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale e Beatrice Venezi, direttrice dell’orchestra del Teatro, licenziata prima ancora di insediarsi, a causa di un’intervista, dopo otto mesi di massacro, hanno lasciato un segno pesante sull’arte e sul governo in carica, e sullo sfondo l’UE.
🔸️ La potenza dell’arte sarà più forte della prepotenza, ha detto Buttafuoco. Magnifica promessa ma l’arte quando si fa istituzione deve fare i conti con le logiche e i meccanismi del potere che mettono a dura prova la sua indipendenza e la sua libertà.
🔸️ Oggi è difficile immaginare che l’arte, così profondamente segnata dalla crisi della civiltà e della grande creatività, possa essere la risposta e l’antitesi allo strapotere degli stati, dei nuovi imperi e dei grandi poteri internazionali nel segno del capitalismo mondiale e del mercato globale, dei giganti del web e della tecnocrazia planetaria.
🔸️ Anche perché "l'ordine" viene da quei mondi. Al più è un rifugio, zona franca, un luogo che cerca riparo dai conflitti che attraversano e sconvolgono il mondo. Così è stata nei mesi scorsi la battaglia alla Biennale sulla partecipazione della Russia e la riapertura del suo padiglione.
🔸️ La tesi in favore della libertà d’espressione era che l’arte fosse, come la cultura, la musica e lo sport, un’area sottratta ai veti e ai divieti prodotti dalla guerra, dagli schieramenti e dalle sanzioni inflitte ai paesi considerati aggressori, agli occhi dell’Occidente più che dell’intera comunità internazionale.
🔸️ Ma la scelta di difendere l’indipendenza e l’extraterritorialità dell’arte dal potere e dalle pressioni internazionali, si è rivelata difficile e sofferta. Ogni genere di pressioni si è abbattuta sull’arte, con alcuni odiosi ricatti economici, minacce, ispezioni per colpire e intimidire.
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Giorgia Meloni ha avuto l'occasione di portare i "sovranisti" al governo nel momento storico più importante, proprio quando stavano per venire al pettine i nodi cruciali legati agli ultimi trent'anni di disastrosa sottomissione al vincolo esterno del nostro Paese, e avrebbe seriamente potuto fare leva sul fortissimo consenso popolare e su una maggioranza parlamentare solida come non mai per metterlo in discussione.
Eppure ha sprecato questa storica opportunità vivacchiando, mettendosi a rimorchio di quei poteri sovranazionali che dai banchi dell'opposizione diceva di voler combattere. Ha governato come avrebbe potuto tranquillamente fare un PD o un "tecnico" bocconiano qualsiasi, consolidando e persino rafforzando quel vincolo esterno che in teoria avrebbe dovuto essere per lei come la kryptonite per Superman. Ha assecondato le logiche folli del patto di stabilità europeo, firmandone una riforma persino peggiorativa sotto certi aspetti. Si è appiattita sulle posizioni filoatlantiste che un tempo considerava controproducenti, abbracciando il fanatismo guerrafondaio tanto caro a Washington e Bruxelles, impegnandosi a portare le spese per la difesa italiane al 5% del PIL.
Dopodiché - per usare un'espressione a lei cara - adesso se ne esce chiedendo dall'oggi al domani la sospensione del patto di stabilità e la diluizione nel tempo degli impegni assunti sulle armi, con un improbabile rigurgito di sovranismo nell'ultimo anno prima del voto che a me sembra un po' fuori tempo massimo, e mi ricorda il riposizionamento dei 5 Stelle a pochi mesi dalle elezioni, quando presero le distanze da Draghi provando per mera speculazione elettorale a rinnegare il servilismo con cui gli avevano permesso sostanzialmente di commissariarli per un anno e mezzo.
Insomma, alla base di questo apparente cambio di linea del governo non mi sembra ci sia grande sincerità, né capacità di autocritica o consapevolezza rispetto a quanto fatto fino a ieri, ma piuttosto la tattica volontà di rimodulare nuovamente le frequenze su una narrazione "sovranista" a fini meramente comunicativi. Nient'altro che un antipasto di campagna elettorale che non porterà a nulla di concreto.
Peraltro, se si volesse davvero andare alla radice dei problemi, bisognerebbe dire che il patto di stabilità non deve essere semplicemente sospeso per un periodo limitato in presenza di circostanze eccezionali, ma totalmente e definitivamente abolito. E il folle aumento delle spese militari non deve essere dilazionato nel tempo, ma messo radicalmente e concettualmente in discussione.