Il tampone che trova te, non il virus
Il test PCR del CDC per influenza e Covid è lo strumento con cui si contano i casi, si dichiarano emergenze e si giustificano misure straordinarie. Su quei numeri si costruiscono decisioni politiche, restrizioni e campagne sanitarie. Il problema è semplice e imbarazzante: una nuova analisi BLAST mostra che le sequenze usate dal test per “trovare” l’influenza A corrispondono spesso al DNA umano.
Il test usa tre elementi genetici: primer iniziale, primer finale e sonda. Nei primer del CDC compaiono codici di ambiguità (Y e V), pensati per legarsi a più sequenze possibili. In più, la PCR può funzionare anche con legami non perfetti, soprattutto quando i cicli di amplificazione aumentano. In parole povere: il sistema non cerca qualcosa di preciso, si attacca a quello che trova.
Quando queste sequenze vengono confrontate con il genoma umano tramite il software BLAST, il risultato è difficile da ignorare: tutti i componenti del test - primer e sonda - mostrano decine, a volte oltre cento, corrispondenze significative con il DNA umano, sparse su quasi tutti i cromosomi. Non casi isolati, ma uno schema ripetuto.
La conseguenza è chiara: il test non è davvero specifico per il virus e può amplificare anche frammenti del nostro stesso materiale genetico. In situazioni comuni come bassa carica virale, campioni rovinati o molti cicli di PCR, il rischio di ottenere “positivi” senza una vera infezione aumenta.
La domanda che viene evitata è banale: stiamo misurando virus o stiamo misurando le persone? Se i “casi” includono segnali di origine umana, allora tutta la costruzione basata su quei numeri - emergenze, restrizioni, poteri straordinari - poggia su fondamenta molto più deboli di quanto si ammetta.
E con una nuova emergenza influenzale già evocata e ancora una volta basata sui test PCR, il problema non è teorico. È strutturale. Finché non viene affrontato apertamente, il tampone resterà soprattutto uno strumento per fare numeri, non per descrivere la realtà.